In questo periodo una riflessione sul ruolo dell’imprenditore non è molto di moda. Spesso su internet e sui giornali si legge di nuovi profili professionali considerati trendy e di corsi per diventare mental coach, life coach, motivatori, ecc… Non si impara a fare l’imprenditore ai corsi ma lo si diventa solo sul “campo”. Spesso si tratta di persone che non sono in grado di fare altro. Qui però non sto parlando di chi possiede una partita Iva, non confondiamo quelle persone con gli imprenditori. Nella maggior parte dei casi, infatti, chi apre una partita Iva lo fa più per sopravvivenza, anche se spaccia quella decisione come una scelta di libertà.

Il vero imprenditore

Un vero imprenditore è poliedrico, o perlomeno dovrebbe esserlo: è un tecnico, un amministratore, un contabile, un commerciale, uno psicologo, un creativo, un pragmatico, un leader e, perché no, anche un filosofo. Ovviamente, mettere insieme tutte quelle qualità è, forse, impossibile. Nella quotidianità, infatti, abbiamo a che a fare con un imprenditore medio tendenzialmente ignorante, perché tutto non si può essere. Parafrasando una celebre frase del fisico e cosmologo Stephen Hawking, il problema però non sta nell’ignoranza ma nell’illusione della conoscenza.
Così ci troviamo di fronte a due profili di imprenditori: il primo ci interessa meno, perché è fallimentare, ed è quello di chi non sa e centralizza l’azienda su se stesso; il secondo è quello dell’imprenditore che “sa di non sapere”, il cosiddetto “dotto ignorante”. Quello è il profilo a cui mettiamo il nostro “like”, perché è vincente. C’è però un problema. Quando si è consapevoli di non sapere, si va alla ricerca di consulenti esperti o collaboratori che possano colmare le proprie lacune. È quello può diventare un guaio se ci si affida alle persone sbagliate.

La solitudine dei numeri uno

Un vero imprenditore non è solo, ma soffre comunque di solitudine. Spesso si trova attorniato da persone di fiducia e di valore, però nell’animo è – e sarà – sempre da solo. Un po’ perché quella solitudine gli permette di credere di essere unico e un po’ perché non racconta mai ai propri collaboratori tutto quello che sa, che vede e, soprattutto, che sente. Non parlarne con altri crea quella che può essere definita la “solitudine dell’imprenditore”.
L’imprenditore non è mai solo quando l’azienda funziona, quando le sue idee vanno alla grande, quando guadagna e fa guadagnare. In quei momenti è ammirato da tutti, magari non è amato ma ammirato sì, perché rimane comunque una persona che dà lavoro e sa come fare soldi. Peccato che nessuno si renda conto che soffre di solitudine.
Quando per vari motivi le cose vanno male, tutto cambia di colpo e chi gira attorno a quell’imprenditore prende le distanze per paura di perdere i soldi. A volte, anche la famiglia può contribuire ad affossarlo, trattandolo come un fallito, spesso senza conoscere bene i motivi degli insuccessi passati, né quelli che hanno portato al “fallimento” presente. Ma ricordiamoci che l’imprenditore è simile a un atleta: non vincerà mai senza l’appoggio della famiglia e del team che lo accompagna.

Le ombre dell’imprenditore

Non dimentichiamoci che, quando torna a casa, l’imprenditore si porta dietro sempre due ombre, la sua e quella dell’azienda. Sapete qual è lo stress maggiore per lui? Non sono i clienti, né i dipendenti o le tasse da pagare. È il fatto di non smettere mai di essere un imprenditore. Mai. È snervante, perché quell’attitudine ti segue 24 ore su 24. Le responsabilità diventano compagne di vita e, a volte, il fatto di non essere presente in azienda può produrre forte stress. E quel pensiero di essere lontani dall’ufficio è sempre con te, non permettendoti di godere appieno delle vacanze, dei fine settimana liberi, della casa, della famiglia…
Come accennato in precedenza, il vero imprenditore soffre di solitudine perché non può mai raccontare tutto. E quei silenzi provocano solitudine. Ma di chi è l’impresa? Sulla carta è del proprietario. In realtà solo una piccola parte è veramente sua: i problemi. Tutto il resto è dei collaboratori, dei dipendenti, dei clienti e, aggiungerei, delle famiglie di ogni dipendente. È così, anche le famiglie influenzano l’andamento aziendale. La formula è grosso modo questa: imprenditori, collaboratori e dipendenti soddisfatti hanno un’influenza positiva in famiglia che, a sua volta, permette a quello stato d’animo di consolidarsi e di rafforzarsi, con conseguenze positive in azienda; al contrario, se le tante ore trascorse a lavoro producono malessere e insoddisfazione, una volta giunti in famiglia quei sentimenti alimentano una spirale negativa che produce un ulteriore deterioramento del clima aziendale.